Shirin Golestaneh
Persian Landscapes at Rodl & Partner - catalogue 2017"Once in a Dream"
Persian Landscapes at Rodl & Partner
March 28th 2017

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SHA Wellness Clinic - catalogue 2011"Once in a Dream"
Oil Painting Exhibition at SHA WELLNESS CLINIC
April 15th to June 15th 2011

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SHIRIN GOLESTANEH OGGI

Ennio Pouchard

Un ampio afflato lirico è alla radice del percorso artistico di Shirin Golestaneh, espresso nelle grandi tele. Sono opere in cui domina il tema del paesaggio, in un affabulare per immagini che dal dettaglio poetico (Egizia) vola all'irreale sognato (Notturno Toscano, Il Posto dei Pensieri) e a un alludere vibratile e scintillante (Dusk I e II), per spingersi quindi ai confini del non figurativo (Astratto in Rosso, Respiro I e II).

C'è un'eleganza formale in tutti questi dipinti, che possiamo definire d'impronta matissiana, ma attraverso l'impossibile mediazione di un Gino Rossi troppo estraneo alla formazione culturale di Shirin (fondamentalmente americana, dato il corso dei suoi studi superiori) per esserle noto.

C'è quell'eleganza formale, dicevo, che nulla toglie all'intima energia dei lavori di Shirin, così come in natura la bellezza del creato permane anche nelle condizioni estreme. Il Posto dei Pensieri, per esempio, possiede un incalzare di ritmi in un contrappunto che non conosce respiro, e che si oppongono dall'alto e dal basso, di qua e di là dell'orizzontale mediana che divide l'opera. Ritmi scanditi come versi, in esplosioni di linee e colori dalla sostanza sinceramente emotiva, filtrate, però, attraverso un rigoroso processo mentale.

Colore e luce nascono da impasti, velature e tocchi a punta di pennello, come nell'infinita successione di piani di Egizia. O anche dal gioco di polpastrelli che subentra quando, per la pittrice, pennello e paletta non sono più sufficienti a dare corpo alla sua visione, e che vediamo nei bagliori dei Dusk I e II (crepuscoli). Dipinti, tutti, che si sono sviluppati vuoi gradualmente, vuoi a pause e con certi dovuti scatti, ma nei tempi lunghi del lavoro meditato, del gesto preciso che ignora le casualità: una settimana, un mese, alcuni mesi. ‘Il fattore tempo’, dice Shirin, ‘mi è sempre di aiuto nel darmi una visione più obiettiva di quanto sto per fare’. Una tra tutte queste opere lo fa percepire in modo speciale, ed è Rumi's Hand (la mano di Rumi, grandissimo poeta mistico della Persia tardo-medievale), che tra i frammenti iconici di cui è composta – simboli dal significato aperto – sembra si lasci lambire da una corrente di segni-parola trascritti nell'alfabeto persiano moderno, armoniosa alla vista e sublime nel senso. Una mia traduzione della traduzione inglese potrebbe essere questa: ‘Mai ha lasciato il mio naso il profumo di te; / Vivo ho avuto sempre negli occhi il tuo sembiante. / Te giorno e notte ho bramato per interi archi di vita. / Ora il mio tempo è finito, ed è immutato il mio desiderio di te’.

È il medesimo fattore tempo che in altre opere, non presenti in mostra, l'autrice azzera nel bagno tecnologico delle sue ‘giglées’, ottenute da passaggi allo scanner collegato a una particolare printer digitale, dai cui micro ugelli, guidati dal computer, ‘sprizzano’ – come suggerisce il termine francese – miliardi di goccioline infinitesime per rifare e rendere più vellutate le sfumature originarie del dipinto che funge da matrice. Ne parlo perché è una parentesi qui necessaria per dare un'idea più completa su Shirin Golestaneh, che illustra quanto la devozione al mestiere antico e lo sguardo al futuro si amalgamino in lei senza alcun attrito.

E tant'altro si dovrebbe aggiungere per delineare adeguatamente il suo profilo: a cominciare dall'infanzia e prima adolescenza in Iran, quando la nonna paterna le leggeva poesie tratte dai ‘divan’ (le raccolte) di Hafiz, il poeta persiano cantore del vino e della bellezza ai tempi delle rime d'amore del Petrarca. I ricordi assumono la consistenza di un imprinting per Shirin, riapparendo nel ricamo di certi incantati toni favolistici dei suoi lavori, dei quali è consapevole fattrice, artefice, demiurgo.

Ora l'artista è a Londra: un'orbita di venticinque anni, dall'Oriente a Hampstead, che sorvola il periodo trascorso negli Stati Uniti (terra di sua madre e per nascita anche sua), gli studi d'arte, il viaggio in Italia con un articolato programma di visite, contatti e studi accademici, regolarmente portati a termine, e un fattivo attaccamento a Firenze (lì affondava le sue nuove radici e lì si costruiva la famiglia).

Shirin ha raggiunto l'età dello splendore intellettuale nel quale maturano le scelte migliori. Alle sue spalle sta un corpus complesso di monotipi e di collage, di pastelli e disegni, di oli, dove - scrivendone nel 1991 - rilevavo la presenza kleeiana in ‘…quelle consuete riduzioni a simbolo delle forme naturali, quell'inondare le atmosfere di colore-luce’, mentre mi apparivano kandinskyani ‘…certi aloni rossi, azzurri e gialli disegnati come propagazioni di onde vibranti che solcano il cielo…’.

Klee, Kandinsky, e ora Matisse, Gino Rossi… Non vorrei confondere le idee: l'arte di Shirin Golestaneh non è in alcun modo debitrice a questi o ad altri maestri. La sua perentoria personalità di artista è un blocco autonomo, in cui confluiscono inevitabilmente le miriadi di esperienze visive e concettuali precedenti. Perché non può esserci dubbio che Dürer si è portato in Germania, ritornando dall'Italia, la memoria di Giovanni Bellini; che il veneziano Lotto ha alimentato in sé sentori tedeschi e l'inglese Reynolds il colorismo di Tiziano. Ma ogni componente si è confusa nel corpo armonico di quell'Albrecht, quel Lorenzo, quel Joshua, per dare un frutto miracolosamente nuovo e originale.

Questo è il senso del vivere l'arte e di vivere il tempo di Shirin Golestaneh.

Ennio Pouchard – Gennaio 2005